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Saper leggere gli occhi

Archiviato in Immagini, Parole da il giorno 14 ottobre 2018 0 Commenti • views: 198

Avete presente Luciano Pavarotti quando canta nessun dorma? Quando per l’ultima volta intona “all’alba vincerò, vincerò, vinceròòòòòòòò”? tiene talmente tanto quella nota bellissima e altissima che uno ha tutto il tempo di guardare e leggergli gli occhi. L’avete mai fatto? Io si, e ogni volta leggo sempre la stessa cosa. Leggo gli occhi che confessano l’impotenza a controllare il sacro fuoco che arde dentro di lui: lui è chiaramente posseduto da questo fuoco, perché presta il suo fisico a quella strabiliante prova di bravura. Ma in questo sforzo estremo perde il controllo della sua volontà. La sua persona si sdoppia: lo spirito ha dato l’input ed il possente fisico ha ubbidito docile ma veemente. Ora è il fisico che sta eseguendo l’ordine, prende lui il sopravvento e diviene padrone assoluto della persona. Tutto questo si può leggere nei suoi occhi sbarrati e quasi impauriti. Lo confessano chiaramente e rispecchiano la resa dello spirito al fisico che sta eseguendo l’ordine. Gli occhi paiono impauriti. Sono occhi testimoni, come lo siamo noi, della eccezionale voce che esce dal suo corpo: ma lui in quel momento non è il padrone, è solo e semplicemente lo strumento della sua arte, della sua voce.

Qualcosa di molto simile è successa a me con Sergio De Caprio, al secolo CAPITANO ULTIMO. Mi pare quasi superfluo dire chi è. Chi non lo sa può anche fermarsi qui. Ha vissuto la prima infanzia al mio paese e, per i casi strani della vita, ho convissuto con lui e la sua famiglia sullo stesso pianerottolo degli appartamenti che si trovavano sopra la caserma dei Carabinieri dove suo babbo era comandante con il grado di Maresciallo. Ho convissuto dal giorno del mio matrimonio fino alla nascita della seconda figlia, quindi per oltre un anno e mezzo. Non ho ricordo preciso di lui, ma molto netto quello di suo babbo con il quale parlavo spesso, mentre mia moglie ha un ricordo nettissimo di sua mamma. Oggi Sergio è colonnello dell’Arma dei Carabinieri e siamo andati a trovarlo alla sua Casa Famiglia nei sobborghi di Roma. Due pullman di braccagnini tra i quali alcuni ragazzi che avevano frequentato la scuola elementare assieme a lui.

 

Costretto a non mostrarsi in pubblico con il suo volto concede interviste solo di spalle o con il volto coperto e con i soli occhi visibili. Una volta arrivato, seduto all’ombra,  guardavo il brulicare dei miei paesani aggirarsi tra le varie capanne ed ambienti del centro. Tra l’erboristeria e la capanna della Chiesa, tra il panificio e il refettorio. Ad un certo momento ho notato un gruppetto di persone che si avviavano decisi verso il centro dell’ambiente. Vedevo tutti dal dietro e ho notato immediatamente una piccola coda di capelli bianchi, sicuramente di uomo. Non so perché ma ho pensato subito a lui. Ho fatto cenno a mia moglie che era di fronte al gruppetto di guardare in quella direzione e poco dopo lei mi ha fatto cenno con la mano: è  lui, è lui!

Mi sono immediatamente recato nel capannello di soli braccagnini che subito gli si era formato attorno e lui già aveva iniziato a parlare. Non aveva il cappuccio e la pezzola che normalmente copre il viso era abbassata fin sotto il mento. Non assomiglia al suo babbo ho sussurrato a Laura. No, infatti assomiglia a sua mamma mi risponde lei.

Parlava al centro del capannello che si era formato ed era a meno di un metro da me che ero in prima fila. Ho riconosciuto la voce già sentita in televisione. Una cadenza da toscano del sud, non da fiorentino insomma.

Ha un bel volto Sergio. Un volto pulito e giovanile. È vestito in maniera semplice, pare uno dei cacciatori che la mattina si ritrovano in paese per andare a caccia del cinghiale. Fisico asciutto, da fondista, come i canai dei cacciatori di cinghiali.

Parla senza fermarsi mai. Solo brevissime pause ogni tanto per dare colore e sentimento alle sue parole. Essendo al centro di questo circolo si gira in continuazione per vedere tutti noi in faccia, ma anche per rendere il suo volto visibile a tutti. Io sono venuto qui a trovarlo per conoscerlo, per capire, ma anche per dirgli che abbiamo abitato nello stesso pianerottolo di casa per più di un anno e mezzo.

Roberto, suo compagno di scuola, mi ha detto: guarda che non è facile parlare con lui. Ora io sono li davanti e studio come fare a fargli la mia domanda.

Però si volta sempre più verso la mia parte e sono colpito dai suoi occhi che si soffermano sui miei. E ho cercato di leggere i suoi occhi. Ho avuto un buon maestro in questo, il mio grande amico Pietro, imprenditore con un migliaio di dipendenti, al quale bastava poco tempo per capire se aveva davanti degli occhi buoni o no.

Gli occhi di Sergio non sono certo gli occhi di Pavarotti, ma hanno qualcosa in comune.

Mentre parla lui ci guarda, ci scruta, ma si capisce che la sua persona è divisa in due. Quella che parla e quella che guarda. La padrona è chiaramente quella che parla, comandata dal suo spirito, dal suo sapere, dal fuoco della sua passione, dalla sua voglia incontenibile di comunicare. L’altra è quella che cerca di capire, di conoscere chi ha davanti, le reazioni che suscita. L’uomo non è uno qualsiasi, è CAPITANO ULTIMO e ora lo capisco bene. Dire che è un uomo eccezionale pare scontato, ma stavolta l’ho verificato nei suoi occhi, non leggendo su di un giornale o ascoltando la TV.

È intelligentissimo, è generoso e passionale, ha idee precise che comunica agli altri. Frasi belle, ma anche sconcertanti. Volutamente molto chiare fino ad essere provocatorie.

Io sono li a godermi tutto questo ben di Dio, ma nello stesso tempo cerco di trovare il tempo giusto per intervenire. Non posso certo interromperlo. E allora cerco il momento giusto in un suo accenno di pausa.

Mi preparo mentalmente le poche e semplici parole da dire per porgere la mia domanda in maniera tale da renderla in tono con il clima dei suoi discorsi. Provo mentalmente a pronunciare la frase e nel farlo mi accorgo che mi sto’ emozionando tantissimo, anzi, ad essere precisi, mi viene da piangere. Purtroppo con l’età ho scoperto questo problemino che è divenuto oramai un mio standard. Per cui faccio cenno a Laura di starmi vicino, lei capisce, e sa cosa dovrei dire, per cui se mi metto a piangere interviene lei e parla al posto mio.

Negli ultimi minuti Sergio si sofferma sempre più spesso a guardare verso di noi. Me ne accorgo e mi metto in preallarme per partire. Ed ecco che arriva il momento. Un accenno di pausa e io che accenno a parlare, ma subito mi si rompe voce e pianto. E allora succedono contemporaneamente due cose: Laura parte e dice tutto di un fiato quello che deve dire “abbiamo abitato sullo stesso pianerottolo nei primi anni ’70, tu assomigli tutto a tua mamma che io ricordo benissimo………..”; nello stesso momento con un tempismo eccezionale Sergio prende il mio chiorbone piangente e se lo mette sulla sua spalla. Così io mi ritrovo a piangere sulla spalla di CAPITANO ULTIMO che mi consola, mentre mia moglie mi sostituisce e parla al posto mio.

Questo non l’avevo davvero previsto. Ma non mi dispiace affatto. Poi tutto si ricompone e Sergio riprende a parlare. Scambiando parole anche con gli altri. Continua con belle parole verso i ricordi del nostro paese, delle persone che ricorda ancora con affetto come Giorgino Bandinelli. Quindi si fa avanti Torero, anche lui venuto con noi nella gita, che evidentemente come me si era preparato il suo bravo intervento. Ed è così che scopro che CAPITANO ULTIMO era venuto a sposarsi proprio a Braccagni! Questa proprio non la sapevo. Una mattina, praticamente ancora notte, alle 5 di mattina, arriva una squadriglia di auto dei Carabinieri che riempiono la piazza antistante la Chiesa. Proprio davanti al forno di Torero che stava sfornando il pane. Impossibile anche per lui sapere sul momento il perché e chi c’era. Oggi so che c’era lui e la sua gentile consorte a sposarsi. Era venuto proprio a Braccagni a sposarsi! E questo mi ha reso felice.

Più tardi, durante la messa nella Chiesa costituita da un capanno, senza sedie, ho dovuto mettermi seduto per terra causa problemino alla spina dorsale. Una signora lì davanti mi chiede se voglio una sedia. Gli rispondo di no, grazie. Ma quando vede con quale fatica mi nuovo, prende parte e si ripresenta con una bella sedia di legno e mi ci fa sedere. La ringrazio. Era la sua consorte.

Durante la Santa Messa Sergio trova il modo di intervenire per sottolineare certi passaggi importanti. Al momento dello scambio di un segno di pace mi ritrovo a dare la mano ad una moltitudine di persone. Sergio è li a un paio di metri da me, ma non vado a cercarlo, perché, come dice lui, non voglio essere un PRIMO: oggi provo anche io a fare l’ULTIMO. Ma ad un certo punto me lo ritrovo davanti e lui in contropiede mi prende e mi abbraccia di nuovo! Vai, altra frignatina e la giornata è sistemata.

Alla fine della Messa, tanto per significare lo spirito della Casa Famiglia, dopo il saluto finale del parroco officiante, fa salutare la fine della funzione a diversi ragazzi di diverse etnie tutti ospiti della Casa, così udiamo il saluto originale e autentico dell’islamico, dell’ebraico, dell’egiziano, del rom, del somalo e di altre etnie ancora.

Poi dopo, così come era silenziosamente arrivato, sparisce.

Scritto nell’Ottobre del 2017

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