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Le trebbiature di ieri……………..

Archiviato in Immagini, Profumi, saperi e sapori, Saperi, Sapori, Vecchie foto da il giorno 17 luglio 2019 0 Commenti • views: 52

Quelli nati come me attorno agli anni ’40 hanno visto e vissuto il mondo e la vita cambiare in una maniera incredibile, si potrebbe dire: roba di un altro mondo!

Ancora nell’infanzia già appassionato di ciclismo “vedevo” il giro d’Italia alla radio! Le immagini vere potevo vederle solo da Guerrino, il barbiere, sulle pagine del Corriere Illustrato: Bartali, Coppi, Astrua, Magni, Faggin, Koblet, Kubler……….

Le loro immagini mi accompagnavano poi quando il radiocronista trasmetteva dal Giro d’Italia. La televisione doveva venire a metà anni ’50, e le riprese dal giro un po’ più tardi. Erano riprese da fermo, cioè alla partenza, al passaggio su di un colle e all’arrivo. Niente a confronto del poi quando si cominciarono a vedere riprese da un’auto o da una moto. Per finire oggi con riprese live con diverse telecamere sulle moto fianco a fianco dei corridori. Qualcuna in testa al gruppo o con i fuggitivi, un’altra con gli inseguitori, un’altra in coda alla corsa. Con inquadrature fin nei minimi particolari: dalla corona e la catena, ai volti o ai muscoli dei ciclisti o dietro i corridori in una spericolata discesa.

Per non parlare poi dei mezzi di locomozione. Abitavamo alla Fattoria degli Acquisti, una dozzina di chilometri da Grosseto e mio babbo andava a vedere il cinema a Grosseto con mia mamma in bicicletta. Con il faro della bicicletta alimentato dalla dinamo sulla ruota anteriore per il ritorno nella notte.

Il primo mezzo motorizzato di mio babbo fu una Lambretta C, mentre l’unica auto esistente, una topolino furgonata, era del fattore. Con la Lambretta mio babbo riusciva a portare da Grosseto le barre di ghiaccio avvolte in una balla fino alla ghiacciaia di fattoria. Essendo anche Capo Officina di una numerosa squadra di trattoristi e operai, aveva però anche l’uso dell’auto del fattore. Con questa portò a casa mio fratello Raffaello nell’ottobre del 1949. Comunque per arrivare a Braccagni, il paese a tre chilometri da noi, io con mia mamma e i fratelli andavamo a piedi. La prima auto di proprietà della famiglia fu una Fiat 1100 familiare acquistata a metà degli anni ’50.

Sia mio nonno Francesco che mio babbo Giorgio sono stati a capo dell’officina di fattoria. L’officina comprendeva la forgia per assottigliare le vomere, dei trapani e un tornio. Ma anche un parco con moltissimi trattori, dai piccoli Fergusson, al Landini, alla Fiat cingolata e un leggendario camion Treassi. C’erano ancora delle macchine vapore per diversi usi: una enorme serviva la tabaccaia per la lavorazione del tabacco, un’altra era montata su ruote e serviva per la trebbiatura.

La trebbiatura era una delle operazioni più complesse, importanti e affascinanti dell’epoca.

La trebbiatura  

La proprietà della Fattoria degli Acquisti comprendeva diversi mezzadri e a turno la trebbiatura si spostava presso ognuno di loro. Il primo passo iniziava nei campi dove la mietilega tagliava il grano e produceva i balzi. Prima ancora si doveva fare “le strade” nei campi del grano, cioè tagliare a mano il grano nel perimetro del campo per rendere più agevole il lavoro della mietilega. I balzi venivano poi raccolti e ammontinati con le spighe in alto a formare dei covoni. Da qui ripresi con i carri tirati da buoi portati nell’aia del podere dove sarebbe avvenuta la trebbiatura.

Macchina MIETILEGA

Spago SISAL (fibra tessile ottenuta dal tessuto connettivo di una pianta nota con il nome di Agave sisalana, originaria dell’America Centrale ma coltivata attualmente anche in Africa Orientale, Brasile e Haiti)

La piazzatura dei vari macchinari era una faccenda seria, importante e delicata. I diversi macchinari  prendevano un discreto spazio in senso longitudinale. Dovevano inoltre essere messi a livello per il buon funzionamento della trebbiatrice. Si iniziava con il motore che doveva dare il moto alla trebbia, poi veniva la trebbiatrice, poi eventualmente la pressa della paglia. Ho fatto in tempo a vedere in funzione le ultime macchine a vapore.

Trebbiatura con macchina a vapore

A quei tempi i fochisti erano i primi ad arrivare con largo anticipo la mattina per far fuoco e portare in pressione la macchina che avrebbe fatto girare la grossa puleggia con il cignone.

Landini a testa calda

Poi subentrò il mitico Landini a testa calda e le cose migliorarono assai. Queste macchine tramite un “cignone incrociato” davano il moto all’intera trebbiatrice. Questa aveva diversi componenti per arrivare a fornire il grano in semi. Il primo era il “battitore” quello alimentato dall’imbocchino che immetteva via via i balzi, poi tutta una serie di vagli e ventilatori dividevano la paglia che usciva dal lato opposto dalla lolla e dal grano che arrivava a delle bocchette dove venivano fissate le balle che venivano quindi riempite, legate e pesate. Due bocchette erano destinate al grano perfetto mentre una era per il grano con i chicchi spezzati. Sia l’imbocchino che la donna che gli porgeva il balzo dopo aver tagliato con un falcetto la legatura, erano in misura doppia di modo da potersi dare il cambio. In ogni caso il numero totale delle persone impiegate era piuttosto grande: tra i diretti lavoratori che le donne in casa a preparare da mangiare non era raro contare più di venti persone.

Trebbiatrice con pressa 

Trebbiatrice con elevatore per formazione pagliaio

All’uscita della paglia ci poteva essere una squadra per formare il pagliaio, un monte dalla caratteristica forma conica attorno allo stollo (il palo centrale). Oppure più moderno una curiosa macchina che formava le presse di paglia poi utilizzate nel podere. A lato di questa un’apparecchiatura per formare i fili di ferro per la pressa. Qui venivano impiegati i turnisti, come riposo fattivo, o dei ragazzi, come facevo spesso anch’io.

Si cominciava la mattina verso le otto fino a mezzogiorno quando c’era il pranzo piuttosto breve. Nella mattinata delle ragazze potevano portare da bere ai vari lavoratori, ma solo acqua, niente vino.

Per il pranzo molti si arrangiavano portando la sporta da casa, mentre i macchinisti, gli imbocchini e le guardie avevano una stanza a loro riservata. Qualche volta anche i lavoratori potevano avere una stanza per mangiare, ma sempre distinta da quella dei “macchinisti”. La pausa pranzo non andava mai oltre l’ora, mentre la sera non c’era un vero orario: si decideva in base al lavoro che rimaneva da fare.

A fine lavoro c’era la cena, sempre con le stesse modalità del pranzo, ma con più tempo per lavarsi e mangiare. Spesso era più ricca la merenda-cena del pranzo non avendoci il pensiero di dover subito dopo lavorare. In questi pranzi regnava da superstar a tavola il papero. Veniva cucinato in mille modi, tutti tendenti ad avere la maggior resa possibile. Io ammesso al privilegio di mangiare nella stanza dei macchinisti facevo la caccia per mangiare l’enorme cipolla (il ventriglio) e le ciabatte del papero, ambedue lessate.

Pranzo dopo la trebbiatura

La durata della trebbiatura presso ogni podere poteva variare da un giorno o due, fino anche a cinque o sei giornate. L’intera trebbiatura durava almeno un mese e mezzo. Ovviamente nell’occasione vigeva il metodo dello scambio lavoro, nel senso che tutti partecipavano a ogni trebbiatura, la propria e tutte quelle degli altri. Nella brigata poteva far parte anche amici e parenti un po’ per aiutare un po’ per partecipare alla festa, perché in fondo aveva anche questo aspetto.

Gino Romiti : Pagliai – Olio su faesite

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